04/11/2011
(ILSOLE24ORE.IT) – Roma - Lo ha detto e
ripetuto più volte, anche al Capo dello Stato: contano i numeri. Silvio Berlusconi da ieri però quei numeri li
vede traballare pericolosamente. Alla Camera ha già perso la maggioranza
assoluta. Ida D'Ippolito e Alessio Bonciani hanno lasciato il Pdl iscrivendosi
al gruppo dell'Udc.
L'asticella a favore del suo governo scende
così da 316 a 314 voti. Ma è un numero che ancora non fotografa il reale stato
della maggioranza. Non sono pochi coloro pronti a votare no o, almeno in prima
battuta, ad astenersi. La prova generale sarà il voto sul rendiconto previsto
alla Camera per venerdì, poi toccherà al maxi emendamento alla legge di
stabilità, quello promesso da Berlusconi a Merkel e Sarkozy.
Lì dentro – tanto per fare un esempio di merito
– c'è anche l'abolizione delle tariffe minime, contro la quale quest'estate si
scagliarono gli avvocati della maggioranza ottenendone la cancellazione.
Giustina Destro, uno degli esponenti che il 14
ottobre ha lasciato il Pdl non votando la fiducia a Berlusconi, ha garantito
che il via libera al rendiconto è «scontato». I dissidenti però sono
intenzionati a contarsi e per questo, probabilmente, pur non votando «no», si
asterranno o non si presenteranno. Una scelta che viene valutata anche dal
resto dell'opposizione.
Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini, i leader del terzo polo, sono
particolarmente attivi in questi giorni. Nei loro uffici sono stati visti
transitare ieri anche Isabella Bertolini, ex fedelissima del Cavaliere e
Giancarlo Pittelli, due dei sei sottoscrittori della lettera redatta l'altra
notte all'hotel Hassler di Roma con la quale chiedono l'allargamento della maggioranza
al terzo polo. Gli altri quattro sono la stessa Destro, Fabio Gava (anche lui
non aveva votato il 14 ottobre la fiducia), Roberto Antonione e Giorgio
Stracquadanio.
Quest'ultimo è forse l'unico indisponibile a
votare contro il Cavaliere. Un'eventualità che verrà presa in considerazione
solo qualora Berlusconi, pur davanti alla perdita della maggioranza assoluta,
sia intenzionato comunque ad andare avanti sbarrando la strada a qualunque
altro governo non presieduto da lui. Si ipotizza una nuova mozione di sfiducia.
Ma questa volta sia il Pd che il terzo Polo sono pronti a farsi avanti solo se
ci saranno 316 deputati pronti a sottoscriverla. Un numero che in realtà non è
così lontano da raggiungere.
Ai 5 sottoscrittori della lettera e ai due
nuovi componenti dell'Udc vanno aggiunti anche i possibili scontenti del misto
dove ieri è approdato anche l'ex Fli Antonio Buonfiglio che, assieme a Adolfo Urso e Pippo Scalia, punta a creare una componente
autonoma dentro il misto. Lo smottamento è anche tra i responsabili. L'ex
capogruppo Luciano Sardelli l'addio l'ha già dato ed è convinto che siamo solo
all'inizio: «Se Berlusconi non fa un passo indietro il Pdl si frantumerà». Nei
prossimi giorni potrebbe seguirlo Antonio Milo: il 14 ottobre fu proprio lui a
garantire a Berlusconi quota 315. Torna a farsi sentire pure Claudio Scajola: «Se Berlusconi non può gestire
la svolta si faccia da parte».
Il premier ha dato mandato ai suoi di chiudere
a qualunque possibilità che lo vedesse fuori da Palazzo Chigi. Alfano ieri lo
ha ripetuto anche al Quirinale. Si tenta di recuperare i malpancisti e non a caso
da ieri i toni sono più morbidi, come confermano le parole utilizzate da
Osvaldo Napoli, che sostiene di dover ascoltare le ragioni degli «scontenti». A
tentare di tappare la falla però ci pensa soprattutto Denis Verdini. Il
coordinatore del Pdl sta lavorando ai fianchi i dissidenti (uno di loro ha
ricevuto la sua telefonata mentre era nell'ufficio di Casini). Si punta anche
su alcuni scontenti al Senato del Pd, che dovrebbero compensare l'uscita di
Pisanu e di altri 8 senatori. Ma il timore maggiore è sempre alla Camera. A
salvare il Cavaliere anche stavolta potrebbero essere i sei radicali.
Berlusconi ci lavora da quando li vide entrare in aula, il 14 ottobre, rompendo
la scelta aventiniana dell'opposizione